FESTIVAL DEI POPOLI 59 – Intervista a Eleonora Mastropietro

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Come è nata l'idea, o in questo caso, forse, l'esigenza, di realizzare il documentario "Storia dal Qui"?
Eleonora Mastropietro: Nel 2012 ho avuto occasione di lavorare ad un progetto di ricerca in Basilicata. Sulla strada per Potenza mi sono fermata ad Ascoli Satriano. Non vedevo il paese da tantissimo tempo. Avevo con me le chiavi di casa di mia nonna. Abbiamo parcheggiato in piazza, fatto la breve salita e aperto la porta. La casa era gelida, sporca, chiusa da anni. Sono riuscita a stare solo pochi minuti e poi sono ripartita. Non è stato un bel momento, mi sono sentita in colpa, per essere lì solo di passaggio e per aver lasciato casa di nonna in quelle condizioni. Il pensiero di quell’arrivo e rapida ripartenza sono stati l’innesco per decidere di scendere di nuovo e da lì per iniziare a lavorare al documentario.

Con "Storia dal Qui", ricostruisci dei ricordi che non hai mai avuto, essendo scesa ad Ascoli Satriano solo una volta nella vita. Come l'hai trovata rispetto al tuo immaginario e rispetto alle lettere scritte da Adele, una bambina che avevi conosciuto in quella tua unica esperienza?
Eleonora Mastropietro: Quando sono scesa per la prima volta per stare a lungo, mi sentivo spaesata. Cercavo cose e persone che non esistevano più. Come gli italiani all’estero quando parlano italiano… usavo parole che non si dicevano più, anche per le cose più semplici (il nome della pasta locale, delle verdure, etc..): usavo quelle che ricordavo pronunciate dalle mie nonne. Quando me ne accorgevo mi sentivo davvero stupida. Ma all’inizio ero come intrappolata nella mia testa e non vedevo Ascoli per quello che era. Poi ho cominciato a conoscere persone e a poco a poco mi sono ancorata al presente. Allora il paese ha iniziato a prendere forma e non era più un presepe fatto solo di ricordi, ma un luogo dell’oggi. Questa è stata la più grande scoperta. Quando si pensa ai piccoli paesi, guardandoli da fuori, si ritraggono sempre come luoghi della memoria e della tradizione, ma questa è solo una messa in scena (cui per altro anche gli abitanti dei piccoli centri si prestano, come per rispondere all’unica domanda che viene loro fatta). Invece i piccoli centri, anche quelli nelle condizioni economiche critiche del meridione, sono una faccia della contemporaneità. Non solo perché tutti hanno oggi accesso, almeno potenziale, agli stessi servizi che potremmo trovare in città (tutto ciò che mi è servito per la produzione, ad esempio, se non l’ho trovato in loco me lo sono fatto spedire rapidamente e senza alcun problema), ma perché per ogni città che attrae persone, c’è un entroterra che perde popolazione. E’ legame doppio e bisogna guardare tutta la figura per capire come stanno le cose.

Nella costruzione finale del documentario, hai realizzato un film dal forte impatto etnologico…
Eleonora Mastropietro: Non so se abbia un valore etnologico. Io partivo dal voler raccontare un territorio, poi per farlo ho dovuto raccontare la mia storia privata.
Inizialmente la raccolta del materiale è stata in parte di matrice etnografica; ho osservato, sicuramente anche da una posizione di distanza. In realtà però la scelta delle situazioni da seguire e da filmare era guidata dal filo della memoria, non mia direttamente ma derivata dalle narrazioni altrui, primariamente dei miei parenti tutti emigrati. Era come se scegliessi cosa guardare in relazione alle parole che avevo nella mia testa. La prima parte del film, racconta la festa estiva realizzata per chi torna dal nord per le vacanze, replica e messa in scena della vera festa del Santo che si svolge in inverno. La festa estiva è una grande rappresentazione realizzata per quelli come me, quelli partiti che tornano per pochi giorni. Le parole nella mia memoria sono state perfetta guida in quella finzione. Tutti gli elementi combaciavano. Io avevo in testa un paese immaginario e il paese mi si offriva come grande falsificazione di sé, come una rappresentazione volta a confermare l’immagine di se stesso.
La gente del paese mi ha accolto e reso parte della grande commedia che realizzano ogni anno e al tempo stesso si sono lasciati coinvolgere dalla messa in scena del film e hanno giocato con me costruendo situazioni, che hanno in parte amplificato la finizione della festa.
In inverno invece, quando Ascoli Satriano resta solo con se stesso, senza più la presenza degli emigrati, il gioco della finzione si è rotto. Io ormai iniziavo a conoscere tutti e non ero più l’outsider che osservava (tra l’altro in inverno non avevo più la troupe ma ho realizzato direttamente le riprese), e cominciavo ad avere relazioni dirette con singoli. Il paese al tempo stesso, nell’organizzazione della festa di inverno (che è al centro della seconda parte del film) non realizza una messa in scena per gli altri, ma fa qualcosa di molto intimo e privato. Il mio sguardo è quindi diventato più di prossimità e allo stesso tempo più reale. I racconti della memoria hanno smesso di sovrapporsi al presente e ho dialogato in modo più diretto con le persone. Anche rispetto alla mia storia privata ho smesso di pensare al passato e ho cominciato ad interrogarmi sugli effetti oggi, sulla mia vita e su quella dei miei famigliari, delle scelte di emigrazione compiute oltre 50 anni fa.

Come hai realizzato il documentario da un punto di visto tecnico e produttivo?
Eleonora Mastropietro: Il lavoro di preparazione del documentario è iniziato poco dopo la discesa nel 2012. Prima abbiamo avviato come Associazione La Fournaise un progetto fotografico. Volevamo costruire un atlante illustrato di quelle zone (il Sub Appennino Dauno) che avevamo iniziato a chiamare “Studi sul qui non c’è niente”. A questo poi ho affiancato una prima fase di scrittura, dalla quale è nato il progetto di documentario. Lo abbiamo proposto a Film Commission Valle d’Aosta e Torino Piemonte Film Commission. Entrambi hanno sposato il progetto e lo hanno sostenuto con il relativi film fund. Come tutti i lavori prodotti da La Fournaise il film è frutto del lavoro di alcuni soci della associazione (Daniele Ietri per le ricerche e la produzione, Gigi Giustiniani e Paolo Martelli che hanno realizzato con me una parte delle riprese) e di collaboratori esterni come Fabio Bobbio per il montaggio e Giovanni Corona per il suono. Il lavoro delle riprese, con o senza troupe, è durato quasi un anno. Poi è iniziato il lavoro di montaggio e lì, di fatto, ha preso forma il film. Abbiamo presto capito che il girato aveva bisogno come di un “codice di decodifica”. Ho ripreso appunti scritti durante le riprese, cartoline raccolte negli anni, lettere, i racconti di mio padre e ho iniziato a collegare i vari testi alle immagini che avevo raccolto. E’ stato come ricomporre un puzzle. Ad ogni immagine era collegato un racconto, una storia, un immaginario, che era il motivo per il quale mi ero soffermata con la camera su un momento, sul una persona, su un paesaggio. Soprattutto i racconti di mio padre, cresciuto bambino in campagna e poi emigrato di fatto ancora bambino da solo all’inizio degli anni ’60, hanno assunto un ruolo essenziale diventando la chiave e l’interpretazione dei passaggi chiave della narrazione. La voce off è nata così, ricostruendo, dopo una prolungata osservazione delle immagini, le parole che mi avevano guidato durante le riprese. Il montaggio del video e del suono hanno lavorato per ricostruire questi fili e queste relazioni, amplificando alcuni elementi e lavorando anche contro la realtà laddove il fuoco della narrazione si spostava sulla memoria o sul gioco di messa in scena del presente.
In questo lavoro, il cortocircuito tra parola e immagini a volte è stato frutto di un ragionamento e a volte è emerso da solo, come una sorpresa; come quando da una scatola ho tirato fuori le lettere di Adele e abbiamo subito capito che la struttura del film non poteva non averle come elemento portante. Adele era la bambina che avevo conosciuto al podere da piccola, che per anni mi ha scritto, a cui io invece non ho risposto quasi mai. Tra tutte le parole accumulate nella mia testa, le sue erano quelle che mi erano più care, quelle più rimaste in sospeso, quelle che mi avevano accompagnato mentre crescevo lontana dal paese. E’ così che il film è diventato una lunga lettera di risposta a lei.

Dopo "Storia dal Qui", ha in mente già nuovi progetti? 
Eleonora Mastropietro: Sempre con Associazione La Fournaise abbiamo in produzione un mio prossimo lavoro. Ci spostiamo a nord, sempre per raccontare un luogo, questa volta prossimo alle cime del Monte Bianco. Stiamo per partire con le riprese, dopo una lunga fase di ricerca, e con me ci sarà parte della squadra che ha lavorato a Storia dal qui.

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