Highlander – L’ultimo immortale, di Russell Mulcahy

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Le lame di due spade si incrociano provocando scintille; volteggiano nell’aria, il loro suono rimbomba nei sotterranei di un parcheggio così come per le strade di New York, tra gente attonita, o per le valli della Scozia del ‘500. Perché Highlander è proprio questo, un continuo passaggio tra passato e presente, azione e romanticismo, epicità e commedia. Un insieme di elementi ben combinati che lo hanno eletto tra i cult degli anni ’80. In realtà c’è un’assonanza maggiore che trascende il tempo, che è poi la costante di questo film, ed è la musica dei Queen così aliena da tutto il resto, sembra provenire da un’epoca dimenticata e a poco a poco cresce, possente, oltrepassa i corpi e le immagini, sfida la morte e si fa energia, inesauribile. Qual è il suo segreto? It’s a kind of magic, dice il protagonista Christopher Lambert attraverso la voce di Freddie. Lui, come Freddie, è dotato del dono dell’immortalità. Lo vediamo guarire da ferite profonde, respirare sott’acqua, non invecchiare. Una sorta di Dracula moderno dall’animo nobile, anche lui segnato da una maledizione che non è tanto il fatto di avere un punto debole (un paletto conficcato nel cuore o la decapitazione) quanto la condanna a vivere senza poter amare, o comunque a soffrire per amore. C’è una sequenza in particolare che esprime con il proprio dramma questa ineluttabilità ed è il ricordo del protagonista della sua storia con la moglie Heather, segnata dal passare degli anni e dal progressivo invecchiamento di lei fino al tenero triste addio abbracciati sul letto. Seguono altri momenti simili, meno amari e comunque di condivisione profonda (l’amicizia con uno Sean Connery maestro d’armi che lo allena in vista dello scontro decisivo).

Ed è sempre il tempo a scandire i duelli tra i vari rivali: gli altri guerrieri cadono tutti a colpi di spada, non c’è gara; lo spettatore sa già che alla fine ne rimarranno due, il buono e il cattivo (Clancy Brown), come da tradizione. Abbiamo visto castelli crollare sotto i loro fendenti e vetri scoppiare per la loro forza distruttiva. L’ultima sequenza, però, è uno spettacolo pirotecnico di suggestioni e armonie visive: un capannone industriale abbandonato, due silhouette che si affrontano al chiaro della notte, una musica che accompagna la tensione (la colonna sonora è opera di Michael Kamen), una fugace battuta di spirito, i primissimi piani dei guerrieri, il colpo di grazia ed effetti speciali cartooneschi (sembra di rivedere alcune scene di Taron e la pentola magica, il fantasy Disney uscito un anno prima). C’è insomma una chiara impronta stilistica – il regista Russell Mulcahy ha fatto strada negli anni ’80 dirigendo videoclip di band e cantanti di successo – che appartiene proprio a quegli anni, in cui si sperimentava con risultati estremamente genuini. Highlander ha però del potenziale inespresso: la narrazione non è sempre fluida e alcuni intermezzi comici come quello citato non si uniformano ai toni e alle atmosfere. La sceneggiatura, di un giovanissimo Gregory Widen allora studente universitario, è stata infatti rimaneggiata allontanandosi dall’idea iniziale che aveva una deriva più cupa e malinconica. Nonostante al film manchi un cuore impavido, l’improbabile accento di Lambert, Connery in vesti spagnole e di origini egiziane, e tutte le altre stranezze (l’agente esperta di metallurgia e fabbricazione di spade con alle spalle un best-seller sull’argomento) hanno superato la prova del tempo.

Titolo originale: Highlander
Regia: Russell Mulcahy
Interpreti: Christopher Lambert, Roxanne Hart, Clancy Brown, Sean Connery, Beatie Edney, Sheila Gish
Durata: 116′
Origine: Regno Unito, USA 1986
Genere: fantastico, azione, avventura

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