Il decreto sicurezza rende legali le criticità degli hotspot

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Pubblicato il report del progetto “in limine” sulla situazione della struttura di Lampedusa

Applicazione parziale delle garanzie a tutela dei minori, condizioni materiali problematiche, scarsa informazione su status legale e accesso alla procedura di protezione internazionale, limitazione della libertà personale e differenziazione arbitraria tra richiedenti asilo e cosiddetti migranti economici che ora viene normata dal decreto sicurezza voluto dal ministro degli Interni Matteo Salvini. Parliamo degli aspetti critici del monitoraggio dell’hotspot di Lampedusa realizzato nell’ambito del progetto pilota In Limine, nato nel marzo 2018 da una collaborazione tra Asgi, Cild, Indiewatch e ActionAid e presentato nel report “Scenari di frontiera: l’approccio hotspot e le sue possibili evoluzioni alla luce del caso Lampedusa”.

Si legge nel report di 32 pagine che la delegazione ha osservato una profonda ambiguità rispetto alla natura detentiva o meno dell’hotspot: il cancello del centro era infatti chiuso per i migranti e non erano previsti meccanismi per regolare ingresso e uscita dalla struttura. Tuttavia delle aperture nella rete, ciclicamente riparate dall’amministrazione del centro e riaperte dai migranti, consentivano, a chi ne aveva la possibilità, di uscire dalla struttura. Le condizioni di vita all’interno del centro erano gravemente degradate e uomini, donne e minori condividevano spazi fatiscenti in condizioni di promiscuità. L’accesso alla domanda di protezione internazionale era limitato, in particolare per le persone provenienti da paesi, come la Tunisia, considerati sicuri in base a una valutazione informale. Venivano attuati respingimenti differiti senza garantire ai cittadini stranieri un adeguato accesso alle informazioni e negandogli il diritto di attivare rimedi effettivi per opporsi alle procedure di rimpatrio. Le denunce circa le condizioni del centro, i ricorsi presentati alla Corte Europea dei Diritti Umani dal progetto In Limine, il rinnovato interesse mediatico sull’isola, unitamente all’incendio, hanno portato alla decisione del Viminale di chiudere parzialmente il centro che, nei mesi successivi, ha lavorato a regime ridotto. Gli avvenimenti di marzo hanno svelato una situazione preoccupante: sull’isola di Lampedusa vigeva di fatto uno stato di eccezione in cui la deroga alle norme relative alla gestione dei flussi migratori costituiva la regola. L’isolamento geografico e mediatico di Lampedusa e l’abbandono dell’isola da parte di molte Ong aveva permesso l’instaurarsi di un sistema segnato dalla normalizzazione degli abusi, nonostante alcune organizzazioni locali e nazionali continuassero – e continuino – a fornire servizi di base durante gli sbarchi, quali la distribuzione di coperte, di cibo e bevande calde, e ad aprire spazi di accoglienza e incontro quali internet point e sportelli di ascolto.

Per quanto riguarda la classificazione dei migranti, il rapporto evidenzia che in molti casi lo status giuridico di richiedente asilo o di persona destinataria di provvedi- mento di respingimento sembra essere definito, contrariamente a quanto previsto nella normativa italiana e comunitaria, unicamente in ragione del paese di origine. I cittadini provenienti da paesi considerati non sicuri sembrerebbero quindi essere incanalati in maniera tendenzialmente automatica nelle procedure per il riconoscimento del titolo di protezione. Al contrario, i cittadini che provengono da paesi considerati sicuri sarebbero spesso destinatari di provvedimenti di respingimento differito. In questo modo gli hotspot funzionerebbero come strumento di differenziazione e selezione di richiedenti asilo e dei cosiddetti migranti economici. Il decreto norma tutto ciò e, inoltre, ridefinisce il funzionamento degli hotspot attraverso il trattenimento fino a 30 giorni per la determinazione e verifica dell’identità e della cittadinanza per i richiedenti asilo a cui si sommano altri 180 giorni in un Cpr in caso di mancata identificazione.

Damiano Aliprandi

da il dubbio

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