Diplomazia Pontificia, la diplomazia di Papa Francesco spiegata dal Cardinale Parolin

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Con un intervento ad un convegno promosso dall’Associazione Carità Politica, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha delineato ancora una volta gli scopi della diplomazia pontificia, dando così alcune delle linee guida che muovono l’attività diplomatica della Santa Sede.

Durante la settimana, ci sono stati tre interventi della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York e uno all’UNCTAD a Ginevra, mentre è stato anche il momento in cui nuovi ambasciatori arrivano e altri prendono congedo. Varie le iniziative delle ambasciate presso la Santa Sede, mentre l’11 novembre è in calendario la tradizionale visita del presidente della Repubblica Svizzera per la festa di San Martino.

Il Cardinale Parolin sulla diplomazia pontificia

Per Papa Francesco, la diplomazia è “uno strumento privilegiato per superare idee politiche contrapposte, diverse concezioni religiose o ideologie differenti”. Lo ha spiegato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, in un convegno il 7 novembre su “Diplomazia dei valori e sviluppo”, promosso dall’Associazione Carità Politica.

Nel suo intervento, il Segretario di Stato vaticano ha sottolineato che “il valore dell’equilibrio dovrebbe governare anche gli attuali contesti internazionali”, e questo per garantire una “coesistenza pacifica, del rispetto delle persone e dei diritti, a favore di uno sviluppo solidale e pienamente umano”, perché “la diplomazia non esiste né opera per mantenere lo status quo o per mantenere il potere”, ma le è piuttosto affidato “il compito di elaborare idee originali e strategie innovative”, cercando soluzioni nuove e sostenibili.

Il Cardinale Parolin ha quindi declinato la diplomazia come “solidale alternativa alle armi, alla violenza e al terrore, come veicolo di dialogo e di riconciliazione, che prende il posto dell’idea del nemico e del rifiuto dell’altro”.

La giornata di studio, conclusa dal Cardinale Parolin, era dedicata a “Diplomazia e ambente. Diplomazia dei valori e sviluppo delle risorse energetiche e minerarie”, ed è stata aperta da una relazione di monsignor Bruno Maria Duffè, segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

Il presidente della Svizzera in visita da Papa Francesco

Non è una visita di poco significato, quella del presidente svizzero Alain Berset a Papa Francesco l’11 novembre. Perché la visita è l’occasione per ricordare i cento anni dall’armistizio della Prima Guerra Mondiale, ma è anche il centenario del riavvicinamento tra Svizzera e Santa Sede, a seguito di un cooperazione che aveva permesso di curare più di 67 mila feriti in Svizzera.

Questo era stato permesso dal lavoro di Benedetto XV, apostolo della pace, che aveva trovato nel governo svizzero la neutralità necessaria per poter aiutare le vittime di guerra.

Una cooperazione nata dall’idea dell’arcivescovo di Parigi, il Cardinale Leon-Adolphe Amette, che aveva suggerito a Benedetto XV di rivolgersi a Olanda e Svizzera per avere un luogo neutrale dove curare i feriti. Benedetto XV – rivela lo storico Lorenzo Planzi – si concentrerà prima di tutto sulla Svizzera, lì dove erano state firmate le Convenzioni di Ginevra del 1864.

Svizzera e Santa Sede mettono così in atto una cooperazione umanitaria, aprendo ospedali e centri di accoglienza a Leysin a Davos, sul Lago dei Quattro Cantoni.

I due Paesi avevano avuto momenti difficili durante il kulturkampf, la campagna liberale promossa dall’imperatore prussiano Bismarck per separare Chiesa e Stato: alla denuncia dei modi violenti degli svizzeri contro il clero cattolico di Pio IX nel 1873 fa seguito la decisione nel Governo Federale di rompere i rapporti tra Santa Sede e Svizzera, chiudendo la nunziatura di Lucerna. Solo nel 1920, un nunzio apostolico torna in Svizzera, con sede questa volta a Berna, e questo proprio grazie alla cooperazione tra Santa Sede e Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale. Berset regalerà a Papa Francesco un oggetto che evoca la neutralità e la pace incarnate dal Vaticano e dalla Svizzera.

Il viaggio arriva a cinque mesi dalla visita del Papa in Svizzera, e con la possibilità che l’anno prossimo il Papa torni a Ginevra, per recarsi in visita alle organizzazioni internazionali e in particolare all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che da sempre ha un consulente, un burocrate interno che è dal 1926 un gesuita. L’attuale “gesuita dell’ILO” è padre Pierre Martinot Lagarde.

Tra i temi dell’incontro, anche la pace nella penisola coreana, il progetto per la costruzione di una nuova caserma della Guardia Svizzera Pontificia, e l’incontro con i rappresentanti della Guardia Svizzera e un incontro all’Istituto Svizzero di Roma.

Un ambasciatore che arriva, un altro in congedo

Aveva preso il posto di Imma Madigan, che era stata ambasciatore di Irlanda presso la Santa Sede dalla riapertura dell’ambasciata residenziale a Roma. Il 9 novembre, Derek Hannon ha presentato le lettere credenziali a Papa Francesco. Laureato in Scienze dell’Educazione, con un Master in Storia, l’ambasciatore Hennan ha avuto già una esperienza nell’ambasciata presso la Santa Sede come terzo segretario dal 1988 al 1992, e ha all’attivo anche incarichi elle ambasciate di Budapest, Londra e Washington, nonché vari incarichi in enti ministeriali. È il suo primo incarico da ambasciatore. Hennan ha donato al Papa due libri fotografici di ricordi del recente viaggio del Santo Padre in Irlanda.

L’8 novembre è stato invece in visita di congedo l’ambasciatore Miqayel Minasyan, che ha rappresentato l’Armenia presso la Santa Sede dal 2013. Tra i momenti più intensi del suo incarico, la “giornata armena” in Vaticano, che ha rinsaldato i legami tra Armenia e Santa Sede con la collocazione di una statua di San Gregorio di Narek nello Stato di Città del Vaticano il 5 aprile 2018, e la preparazione del viaggio di Papa Francesco in Armenia, che è avvenuto dal 24 al 26 giugno 2016.

Il suo posto sarà preso da Karen Nazaryan, diplomatico di alto livello che ha rappresentato l’Armenia presso le Nazioni Unite, e prima ancora in Iran.

Valori comuni tra taoisti e cristiani e un messaggio al Royal Temple di Chatupon

Due le iniziative del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso nell’ambito dei rapporti con le fedi taoista e buddista.

Dal 4 al 7 novembre si è tenuto a Singapore il secondo colloquio tra esponenti cattolici e taoisti, un incontro che “ha contribuito a rafforzare i legami di amicizia” tra le due fedi, si legge in comunicato congiunto al termine dell’incontro.

Secondo i firmatari del documento, “nessuno può sfuggire alla responsabilità morale di trasformare ingiuste strutture socio-economiche, politiche, culturali, religiose e giuridiche”. Taoisti e cattolici mettono in luce l necessità di riscoprire valori universali basati su giustizia sociale, ecologia integrale e dignità della vita umana in ogni fase e circostanza per far fronte alla crisi etica odierna, e rilanciano i contenuti della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo “per la promozione di un mondo più giusto.

Il comunicato sottolinea anche il ruolo di “famiglie, istituzioni educative e comunità religiose”, chiamate ad essere “luoghi di formazione spirituale e morale”.

Il 9 novembre, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha invece inviato un messaggio al tempio Wat Phra Chetphon, in Thailandia. Il tempio ha legami con la Chiesa cattolica dal 1972, quando una delegazione di monaci buddisti fu ricevuta da Papa Paolo VI Recentemente il Ven. Phra Rajratanasunthon è stato ricevuto insieme alla sua delegazione da Papa Francesco al quale è stata consegnata una traduzione delle Sacre Scritture di Phra Malai. A loro è andato il ringraziamento per il costante impegno per il dialogo interreligioso, con l’auspicio che gli incontri svolti contribuiscano “a promuovere i nostri legami e costruire ponti per guarire il mondo oggi afflitto da violenze, conflitti, sfiducia e la conseguente sofferenza per milioni di persone”.

Il cardinale Parolin per il centenario dell’indipendenza della Polonia

È stato con una Messa celebrata dal Cardinale Parolin che l’ambasciata di Polonia presso la Santa Sede ha festeggiato il centenario della riconquista dell’indipendenza. La Messa è stata celebrata nella Basilica di Santa Maria Maggiore l’8 novembre, e con il Segretario di Stato vaticano hanno concelebrato i vescovi Jan Romeo Pawlowski, delegato per le rappresentanze pontificie, Jozef Kowalczyk, arcivescovo emerito di Gniezno e nunzio apostolico a Varsavia del 1989 al 2010, Edward Novak, già segretario della Congregazione delle Cause dei Santi, oltre ai sacerdoti polacchi che prestano servizio nella Santa Sede e a Roma.

Su invito dell’ambasciatore della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede, Janusz Kotański, nella basilica liberiana erano presenti anche il cardinale arciprete Stanisław Ryłko, l’ambasciatore polacco in Italia, Konrad Głębocki, e rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Nell’omelia, il Cardinale Parolin ha voluto dire a “voce alta il nostro grazie al Signore per non aver mai fatto mancare la sua benedizione” alla Polonia, che il 23 novembre 1918, dopo 123 anni di dominazione straniera, riconquistava la sua indipendenza.Una nuova nazione che “poteva rifarsi a un passato ricco di storia”, ha detto il Cardinale Parolin, il quale ha menzionato in particolare “la Costituzione Polacca del 1791, considerata la prima Costituzione moderna di Europa”, che riconosceva la sovranità popolare, subordinava il governo al Parlamento, ma anche confermava sin dal primo articolo “la religione cattolica come fede della nazione, assicurando però anche la libertà religiosa”.

Una sofferenza, quella della Polonia, che si può comprendere solo se si considera il disegno della salvezza di Dio, non certo se ci si basa sulla comprensione umana, e ha chiesto di pregare perché Dio accompagni la Polonia con il suo sguardo misericordioso.

Sempre per i 100 anni dell’indipendenza riconquistata della Polonia, l’ambasciata di Polonia presso la Santa Sede ha organizzato il convegno “1918, l’anno dell’indipendenza. Perché accadde 100 anni fa?”, che si terrà presso la Pontificia Università Gregoriana il 14 novembre prossimo.

Una mostra su Fausto Venanzio organizzata dalle ambasciate di Croazia e Ungheria

Le ambasciate di Croazia presso la Santa Sede e di Ungheria presso la Santa Sede, insieme all’accademia di Ungheria, hanno collaborato per realizzare una mostra intitolata “Faust Vrancic e la sua eredità europea”, dedicata a Faust Vrancic, in italiano Fausto Venanzio, spesso definito il Leonardo da Vinci croato. La mostra sarà inaugurata il 13 novembre all’Accademia di Ungheria di Roma, e sarà esposta una delle sue opere più prestigiose, Machinæ novæ, run capolavoro della tecnica rinascimentale, in cui l’autore descrive 56 diversi dispositivi e costruzioni tecniche.

Il quarto centenario della pubblicazione dell’opera era stato indicato dall’UNESCO nel calendario degli avvenimenti importanti nel 2015. L’evento si inserisce nell’Anno dell’Eredità Culturale Europea, e mira a mostrare la figura di Vrancic e il suo impatto nella cultura europea.

L’iniziativa si aggiunge ad altre due iniziative della Ambasciata di Croazia presso la Santa Sede, che avvengono in concomitanza con la visita ad limina dei vescovi di Croazia da Papa Francesco.

Il 13 novembre, ci sarà presso il Pontificio Istituto Orientale un simposio sul tema “A Dio, nella propria lingua”, che celebra i mille anni di celebrazione della liturgia nella lingua locale, il glacolitico. Il 17 novembre, presso l’altare papale di Santa Maria Maggiore, il Cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, celebrerà una Messa in lingua croata e scrittura glacolitica insieme ai vescovi di Croazia giunti a Roma per l’ad limina.

Fu Papa Giovanni VIII, con la lettera apostolica Industriae Tuae poi confermata da Icconezo IV nel 1248 e 1252, ad autorizzare parti della Croazia ad esercitare il privilegio di dire Messa e pregare la Liturgia delle Ore nel linguaggio Slavonico, così come di scrivere libri liturgici con la scrittura Glacolitica. Il primo libro croato, pubblicato nel 1483, appena 28 anni dopo la Bibbia di Gutenberg, è stato il Messale Romano stampato nel linguaggio slavonico e con una variante croata del linguaggio glacolitico.

Il nunzio in Europa a Compiegne, per ricordare la costruzione dell’Europa

Lo scorso 23 settembre, l’arcivescovo Alain Paul Lebeaupin, nunzio apostolico presso l’Unione Europea, è stato a Compiegne per ricordare i cento anni dell’Armistizio. È stata per il presule l’occasione di parlare del “processo di costruzione di Europa” piuttosto che dell’Unione Europea nel modo in cui la conosciamo oggi, sottolineando però che “non si può considerare l’attuale Unione Europea come arrivata a una fine”.

In un luogo che tutti ricollegano all’armistizio, lì dove si è dato termine ad una guerra per un periodo di pace che è sempre stato considerato come una sorta di “pausa” tra le due guerre mondiali”, l’Europa ha cominciato un percorso verso una pace duratura.

“Dalla Prima Guerra Mondiale – ha detto l’arcivescovo Lebeaupin – l’Europa è venuta fuori profondamente marcata dai demoni che la minano: il nazionalismo, la difficoltà di riconciliazione con il nemico, la mancanza di solidarietà verso i vinti, l’odio dello straniero e allo stesso tempo la deriva intellettuale e filosofica”, dalla quale sono scaturiti “i due più orribili regimi totalitari che hanno asservito la persona umana e che non cessano di interrogare la coscienza cristiana”.

Questi due totalitarismi erano “l’uno che promuoveva un collettivismo universale, e l’altro che reclamava un nazionalismo esacerbato fondato sulla razza”, darmmi per la coscienza dell’Europa e del mondo.

Oggi, dopo l’esperienza delle due guerra, l’Unione Europea è arrivata nel 2012 a ricevere il Premio Nobel per la Pace, e il processo europeo è stato “un attore importante nella pacificazione del continente”. Proprio per questo, si deve ricordare che i padri valori fondamentali alla base dell’Europa – ha sottolineato l’arcivescovo Lebeaupin – “non si riducono ad eloquenti e ambiziose dichiarazioni di principio”, ma piuttosto sono parte di un impegno concreto.

E allora quale Europa costruire? L’arcivescovo Lebeaupin ha invitato a rileggere i discorsi di Papa Francesco sull’Europa, per trovare ispirazione in quei valori che sono stati alla base del percorso europeo.

La Santa Sede a Ginevra: discorso all’UNCTAD

L’UNCTAD è la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo. Lo scorso 7 novembre si è riunito il gruppo di esperti per il finanziamento e lo sviluppo, e la Santa Sede è intervenuta con un discorso dell’arcivescovo Ivan Jurkovic, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra.

La Santa Sede ha notato che il mondo in via di sviluppo è a rischio di una “nuova trappola di debiti”, considerando che il 40 per cento delle nazioni in via di sviluppo a basso reddito sono ad alto rischio debitorio, il doppio di cinque anni fa. La maggior parte di queste nazioni si trova nell’Africa sub-sahariana.

Parlando delle cause delle nuove vulnerabilità debitorie, la Santa Sede nota che questa è parte della malattia al cuore della nostra economia globale, perché è un sistema che non rispetta la sua natura di “favorire l’uso delle risorse risparmiate quando queste possono promuovere economia reale, benessere e sviluppo dell’uomo e di tutti”.

La Santa Sede punta il dito contro la crisi finanziaria globale del 2008, che ha mostrato come la diffusione di “innovazioni finanziarie promuove oscure pratiche che sono al di fuori delle reali attività economiche, mentre i mercati privati dominati da quelle pratiche falliscono sistematicamente di affrontare questo rischio sistemico.

Da parte sua, la Santa Sede ha enfatizzato la necessità di andare oltre “la credenza fuorviante” che le questioni economiche e finanziarie siano meramente tecniche e avulse da valori, perché “nessuna area dell’azione umana può legittima reclamare di essere al di fuori dei principi etici basati su libertà, verità, giustizia e solidarietà”, e “nessun profitto è in realtà legittimo quando non raggiunge l’obiettivo della promozione integrale della persona umana.

La Santa Sede ha quindi notato che il ruolo dell’UNCTAD nell’aiutare le nazioni in via di sviluppo a raggiungere una sostenibilità debitoria di lungo periodo “è stato di grande importanza, e resterà indispensabile per il futuro che si prevede”, e per questo chiede all’UNCTAD di “prendere seriamente la sua responsabilità di portare avanti un ambiente economico internazionale amico dello sviluppo nel quale le nazioni in via di sviluppo posso usare il debito esterno in modi produttivi che aiuta a proteggere il benessere dei suoi cittadini.

La Santa Sede all’ONU di New York: gli effetti delle radiazioni atomiche

L’impegno della Santa Sede sul tema del nucleare tocca anche i possibili effetti delle radiazioni atomiche. Ed è stato questo il tema di un incontro alla 73esima assemblea generale delle Nazioni Unite, che si è tenuto il 6 novembre.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York, ha sottolineato che la 65esima sessione del 65esimo comitato scientifico ONU sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR) ha mostrato, partendo dagli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima, che l’uso di energia nucleare ha rischi anche per scopi pacifici. E per questo ha lodato il lavoro della UNSCEAR in cooperazione con l’Agenzia Atomica Internazionale (AIEA), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL) per fornire dati sull’impatto delle radiazioni atomiche sulle persone e l’ambiente.

Membro fondatore dell’AIEA, la Santa Sede ha sempre favorito l’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, mentre ha sempre condannato l’uso delle armi nucleari. Lo scorso anno, la Santa Sede ha firmato e ratificato il Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari.

La Santa Sede all’ONU di New York: il ruolo del multilateralismo

Le Nazioni Unite “hanno un ruolo cruciale nel ricostruire la fiducia tra i membri”, dato che “affinché il multilateralismo funzioni, i conflitti devono essere risolti attraverso la forza del diritto e non il diritto della forza”. Lo ha detto l’arcivescovo Auza parlando il 9 novembre al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel dibattito su “Rafforzare il multilateralismo e il ruolo delle Nazioni Unite”.

Nel suo intervento, l’arcivescovo Auza ha fatto l’esempio della paralisi negli sforzi per il disarmo, e sottolineato che il multilateralismo non può essere costruito sulla minaccia del mutuo annientamento, e sul mantenimento di attuali bilanci di potere”, ma piuttosto c’è bisogno di “giustizia, sviluppo umano integrale, rispetto per i diritti umani fondamentali, la partecipazione di tutti nella vita pubblica e altri beni pubblici”.

La Santa Sede all’ONU di New York: contro il traffico di esseri umani

Durante una conferenza su “Soluzioni pratiche per sradicare il traffico di esseri umani”, che si è tenuto alle Nazioni Unite il 9 novembre. La conferenza era stata promossa della Missione del Sovrano Ordine di Malta, dalla Missione della Santa Sede e dalle missioni di Irlanda, Liecthenstein, Filippine, Organizzazione Internazionale del Lavoro e il Gruppo Santa Marta.

L’arcivescovo Auza ha detto che la lotta al traffico di esseri umani si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il 70esimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, in cui si sottolineava che “nessuno dovrà mai essere schiavo”. Ma, ha lamentato, nonostante quell’impegno internazionale ci sono ora 40 milioni di persone in schiavitù, e il numero continua a crescere, includendo quelli resi schiavi per sfruttamento sessuale, lavoro forzato e sfruttamento di organi.

È dunque necessario rendere questi impegni “realmente efficaci”, diventando “più pratici, e persino rudi, nell’affrontare quanti guidano il traffico di esseri umani”, combattendo in particolare la dipendenza dal denaro e dal sesso”, accrescendo il numero di programmi “per la riabilitazione e integrazione delle vittime”, e superando il fatto che i trafficanti e i network di traffico restano spesso impuniti, migliorando la partnership di solidarietà.

I rapporti Stato-Chiesa in Francia, Grecia e Spagna

In Francia, Grecia e Spagna lo Stato sta rivedendo i rapporti con le religioni.

Il governo sta pensando di riformare la Legge della Separazione del 1905, che delinea competenze di Stato e Chiesa, con l’obiettivo di regolare meglio il finanziamento dell’Islam in Francia: lo ha annunciato Nocole Belloubet, ministro della Giustizia.

La riforma riguarderebbe soprattutto l’Islam, e in particolare la formazione degli imam e il finanziamento delle Moschee, mantenendo però i due grandi principi della norma, vale a dire la libertà di coscienza e il libero esercizio della pratica religiosa, stabilendo che la Repubblica Francese non riconosce nessun culto, né sovvenziona o paga salari ai religiosi.

In Grecia, è stato siglato un nuovo accordo tra la Chiesa di Grecia (ortodossa) e lo Stato, dopo un incontro tra il patriarca Girolamo e il premier Tsipras. Dopo l’accordo, i sacerdoti della Chiesa ortodossa greca non saranno più considerati ufficiali pubblici, ma lo Stato si farà carico di corrispondere una somma pari a quella degli stipendi da loro percepiti, e la Chiesa di Grecia dovrà distribuire i fondi. Tsipras ha aggiunto che sarà stabilito un nuovo fondo dalla Chiesa e lo Stato greco per l’uso delle proprietà della Chiesa.

In Spagna, si parla invece di avviare un gruppo di lavoro congiunto tra Conferenza episcopale e governo per trattare temi fiscali. Lo scorso 6 novembre, la Conferenza Episcopale Spagnola ha sottolineato che ancora non ha ricevuto comunicazioni dal governo in tal senso. Il tavolo di lavoro è stato annunciato dalla vicepresidente del Consiglio Carmen Calvo a seguito del suo incontro del 29 settembre con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano. Da parte della Chiesa cattolica, c’è piena disponibilità a cooperare con il governo. Durante l’incontro con il Cardinale Parolin, il vicepremier calmo ha sottolineato la preoccupazione dell’Esecutivo di incontrare una via di uscita che permetta alla Chiesa di avere condizioni simili a quelle degli altri Paesi, e ha definito il sistema di finanziamento dell’8 per mille come “interessante”.

Cinquanta anni di Osservatore Romano in inglese, un ricevimento all’ambasciata di Gran Bretagna presos la Santa Sede.

La sera del 6 novembre è stata festeggiato il cinquantesimo compleanno dell’Osservatore Romano in lingua inglese con un incontro nella sede dell’ambasciata britannica su iniziativa dell’ambasciatore Sally Jane Axworthy. Insieme al direttore dell’Osservatore Romano Gian Maria Vian, l’ambasciatore Axworthy ha sottolineato l’importanza della testata in lingua inglese, che fu voluta da Paolo VI per rispondere alla richiesta avanzata da numerosi rappresentanti degli episcopati di lingua inglese presenti al Concilio Vaticano II.

L’Osservatore Romano in lingua inglese è stampato in Vaticano, negli Stati Uniti e in India, da dove raggiunge anche l’Australia, e dove viene tradotta in kerala in lingua malayalam. All’incontro erano presenti, tra gli altri, gli ambasciatori di Australia, Georgia, Israele, Italia, Stati Uniti d’America e Ungheria, il cardinale James Michael Harvey, gli arcivescovi Paul Richard Gallagher e Arthur Roche, il prefetto del Dicastero per la comunicazione Paolo Ruffini con il direttore della sezione teologico-pastorale Nataša Govekar, i gesuiti Federico Lombardi e Antonio Spadaro, la consulente editoriale dell’Osservatore Romano e direttore del mensile “Donne chiesa mondo” Lucetta Scaraffia, il segretario di redazione Gaetano Vallini.

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