Festival dei Popoli 59 – Corpo a corpo, di Francesco Corona

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Per un periodo di tempo pressoché interminabile – circa dodici anni di lavorazione al fianco del protagonista – , il regista Francesco Corona è stato un’unica forza e un unico corpo con Paolo Scaroni, di cui ha raccolto sullo schermo tutta la fermezza d’animo e la semplicità più autentica. Paolo Scaroni di questo Corpo a corpo, è semplicemente Paolo: non (solamente) l’ultrà del gruppo “Bescia 1911” di cui si parlò tra le notizie che passavano al telegiornale nel 2005, quando venne massacrato alla stazione di Verona durante gli scontri con la polizia; ma Paolo quello vero, quello che è cresciuto tra le montagne da scalare con l’amico Enzo, i tori da allevare insieme al padre, i campi coltivati della sua azienda agricola e l’amore immenso per il calcio.

Paolo Scaroni, dunque, come corpo e mente reali, portatori di una ferita interiore. Il film inizia, per l’appunto, con la ricerca – al buio uterino di una cantina – delle tracce di un passato da scavare insieme al padre: le vecchie foto di famiglia che ritraggono un giovanissimo Paolo alle prese con le prime scalate, rappresentano il primo grande passo da compiere verso la fatica finale, confronto diretto con la vita vissuta prima della disgrazia, quando il corpo era integro e la mente libera.
È questa raccolta di immagini – impressioni fisse dello sguardo – a segnare lo spartiacque del tempo: all’immobilità della fotografia, ricordo di un passato vivo e felice, subentra la mobilità del cinema di Corona, che vive l’adesso della dura riabilitazione di Paolo e la sua lotta quotidiana per rinascere.

Sinonimo di una vita che tenta di ricominciare, di mettersi ancora in mobilità, allora: Corona empatizza con il suo soggetto, fa corpo a corpo tra Paolo e la macchina da presa, costruisce spazi espressivi – le stazioni desertiche, la densità delle nebbie, i conigli innocenti tra le montagne – per raccontare il buco sospetto di 15 anni che il trauma ha scavato nella memoria di Paolo, rendendo sensibile lo smarrimento identitario seguito a un incidente senza ragioni. Il tempo diegetico raccoglie frammenti di questa memoria, che è anche quella di un Paese troppe volte segnato da piaghe incomprensibili: ricapitolando momenti in ospedale dopo l’uscita miracolosa dal “coma sfigato” e fasi di lenta ripresa del corpo; testimonianze degli ultras della Cavese; messaggi ribelli scritti su striscioni e pareti diroccate, quegli spazi minoritari necessari della resistenza di oggi.
Quello che emerge da questo lungo periodo vissuto accanto a Paolo, è il tentativo di disegnare un percorso di sopravvivenza, o del “come si possa vivere” il tempo quotidiano del dopo, tornando in sintonia con se stessi. Corona delinea, con sensibilità e delicatezza degne di nota, questo spazio della rinascita della vita, osservando come si distrugga un corpo da dentro, ma anche come si possa ricostruirlo di nuovo. Estremo, quasi scultoreo, atto politico di resistenza.

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