Festival dei Popoli 59 – Storia dal qui, di Eleonora Mastropietro

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Ricordo quelle estati della prima adolescenza, quando tornavano i ragazzi da fuori, i figli di chi era emigrato al Nord o all’estero. Erano bei periodi, di incontri non usuali, e ti sembrava di raccogliere altre esperienze, nuove, più moderne. Bastava anche un accento diverso per respirare un’aria più aperta. A volte ti innamoravi, persino. Ma durava quanto un temporale d’agosto. Erano tutte illusioni. Mentre i nomi di battesimo venivano sostituiti dalla provenienza. La milanese, il veneziano, il torinese, ‘a “belgese”, lo svizzero. Qualche volta, non sempre, tornava pure qualche “mmerecano”. E chissà, viene da pensare, se questi appellativi per toponomastica erano frequenti anche al contrario. Se quei ragazzi, o i loro genitori, per le strade di una “metropoli” qualsiasi, erano conosciuti come l’avellinese, il napoletano, il pugliese, il siciliano, il calabrese e via dicendo. A constatare definitivamente la schizofrenia identitaria di uno spiazzamento irrisolvibile, la condanna di essere, in fondo, stranieri in ogni luogo.

È di questo esilio interno che vuole raccontare Eleonora Mastropietro, figlia di una famiglia emigrata negli anni ’70 a Milano da Ascoli Satriano, in provincia di Foggia. Ed è un racconto che ha le forme di una confessione intima, prende le mosse da una distanza molto prossima al cuore e all’anima, ben al di qua delle analisi di un fenomeno e di una frattura storica. E per forza di cose, come ogni questione personale, non può che seguire il ritmo dei pudori, delle esitazioni, mette in gioco tutte quelle piccole strategie necessarie a mantenere una difesa, uno strato di pelle non vulnerabile. Anche per questo, il film muove da un pretesto narrativo, ha bisogno dell’appiglio di una scrittura che funzioni da cornice e da traiettoria. Le lettere che Eleonora ha ricevuto nel corso degli anni da Adele, una bambina conosciuta nell’unico viaggio compiuto ad Ascoli durante l’infanzia. Lettere a cui non è mai seguita risposta, segno di un legame interrotto sul nascere. La Mastropietro prova, finalmente, a ricostituire quel legame. Letterariamente, mimando il suo dialogo con Adele, e concretametente, recuperando “dal vero” il rapporto con il suo paese d’origine, con le persone che lo abitano e lo animano ogni giorno. Che mantengono in vita quell’Italia interna senza star troppo a chiedersi il perché e il come, ma andando avanti con passione, trasformando anche il minimo gesto quotidiano, l’infinita fabbrica del ciuccio di San Potito, in un’affermazione di appartenenza, in un forma di resistenza e di dichiarazione politica. Nonostante le tentazioni di fuga, le illusioni di un altro paradiso, la retorica eterna del “qui non c’è niente”. Come se altrove ci fosse tutto. Del resto, come disse una volta un amico, non è che se vivi a Milano vai alla Scala tutte le sere. Proprio no. Anzi. Più si allargano gli orizzonti, più si ingrandiscono i margini della solitudine.

Ecco, Eleonora Mastropietro cerca di bilanciare la prossimità con la distanza di una forma, di un dispositivo, di una cornice. Gioca tra l’archivio personale e le immagini del presente, con l’ambiguità della sua voce narrante che ritorna, automaticamente, in campo, quasi risucchiata degli incontri, da quel rapporto concreto con le persone che neppure il cinema, nel bene e nel male, può evitare. Mostra persino l’evidenza della produzione, per frenare il flusso urgente delle sensazioni e dei sentimenti.  È un po’ come moltiplicare per sottrarsi. Obbligare il film, il testo, entro una serie di riferimenti, dei limiti oltre il quale non è possibile lasciarsi andare. Ma nonostante questo, malgrado questo, il film esonda, mostra i segni di una sincerità trattenuta a stento. E, soprattutto, si apre con delicatezza alle persone che incontra, a tutti quei protagonisti di una realtà da cui non si può più essere stranieri. Serafina, Antonio, il vecchio fuochista, il piccolo Michelino che manda avanti la tradizione e il futuro come fosse un gioco da ragazzi. E, forse, ha ragione lui.

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