Baricco a Molte Fedi: la rivoluzione digitale ha accelerato il movimento del mondo

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Siamo abituati a guardare la “rivoluzione digitale” partendo dai suoi effetti: l’uso degli smartphone – dicono le opinioni correnti degli esperti – ci rende più stupidi, ci toglie concentrazione, limita le interazioni “reali” tra le persone. Alessandro Baricco, scrittore e narratore, davanti alla folla riunita nella Basilica di Santa Maria Maggiore per ascoltarlo, lunedì sera, nell’ultimo incontro della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo, ha invitato a ribaltare la prospettiva, cercando di rintracciare le origini del cambiamento, ciò che ha spinto all’azione i creatori dei grandi imperi digitali. E’ ciò che racconta, nel dettaglio, nel suo ultimo saggio, “The Game” (Einaudi) in cui offre una lettura personale – culturale, non scientifico-tecnologica – delle trasformazioni introdotte nella nostra vita negli ultimi cinquant’anni a partire dall’uso del personal computer e dalla creazione di internet e del web.
“Prendete l’icona che per secoli ha racchiuso in sé il senso della nostra civiltà: uomo-spada-cavallo – ha spiegato Baricco -. Confrontatela con questa: uomo-tastiera-schermo. E avrete di fronte la mutazione in atto. Un sisma che ha ridisegnato la postura di noi umani in modo spettacolare”. Non è un cambiamento puramente strumentale, avvisa lo scrittore, ma strutturale, antropologico.
All’origine c’è una fortissima tensione ideale: “I creatori dei grandi imperi digitali erano guidati dal desiderio di smantellare tutti gli elementi che hanno prodotto gli incubi e le tragedie del Novecento: “niente più confini, niente più élite, niente più caste. Uno dei concetti più cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile”. I segni distintivi della nuova civiltà sono la flessibilità, la mobilità, la velocità: “Gli inventori della rivoluzione digitale hanno cercato di agire in modo che nulla al mondo restasse al riparo dal movimento per scardinare i sistemi tradizionali di potere”. Qualunque elemento, perfino immateriale come un colore, può essere tradotto in codice binario ed essere spedito istantaneamente dall’altra parte del mondo. Certo, la conversione dei linguaggi ha comportato una semplificazione, una riduzione di qualità, sacrificata per raggiungere un ideale più grande, per scardinare l’obbligo di essere lineari, nelle idee e nelle azioni: “Ormai ci siamo abituati – sottolinea Baricco -, ma non va mai dimenticato che c’è stato un tempo in cui per un risultato del genere avremmo dato qualsiasi cosa. Oggi, se ci chiedono in cambio di lasciare la nostra mail ci innervosiamo”. Se il segno distintivo della nostra civiltà è il movimento, “è inutile pretendere poi che tuo figlio faccia una cosa per volta, il lavoro fisso rimanga una priorità, e la verità si lasci ritrovare dove l’hai lasciata la sera prima”. Questo non ci impedisce di trovare le storture nel sistema e gli antidoti che ci permettano di “restare umani”. E qui Baricco si è rivolto in particolare ai numerosi studenti liceali che occupavano – seduti per terra – le prime file della platea. “C’è bisogno di cultura femminile, di sapere umanistico, di memoria non americana, di talenti cresciuti nella sconfitta e di intelligenze che vengono dai margini“. Occorrono, cioè, quelle che nel libro definisce “contemporary humanities”. “Più di ogni altra cosa, la società del “Game” ha bisogno di umanesimo. Ne ha bisogno la sua gente, e per una ragione elementare: hanno bisogno di continuare a sentirsi umani. Il Game li ha spinti a una quota di vita artificiale che può essere congeniale a uno scienziato o a un ingegnere, ma è sovente innaturale per tutti gli altri”. La velocità porta con sé, inevitabilmente, un corredo di superficialità: continuiamo ad aver bisogno di profondità e di lentezza.

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