CALENDARIO DELL’AVVENTO / 8 dicembre – Maria, la Vergine e la Madre (e il richiamo a Iside) nel gruppo della Natività

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Il presepe ha uno scadenzario: secondo un’antica tradizione, il presepe deve essere allestito oggi, 8 dicembre (festa dell’Immacolata) senza il bambinello che va collocato solo il 25 dicembre (Natale); il 6 gennaio dell’anno nuovo (festa dell’Epifania) si celebra la visita e l’adorazione di Gesù Bambino da parte dei Re Magi che vengono così inseriti nel presepio. La tradizione vuole che resti esposto ancora per lungo tempo e sia disfatto il 2 febbraio (presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme), popolarmente conosciuta come “Festa della Candelora” perché in questo giorno si benedicono le candele simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il Bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio. Anticamente nello smontare i presepi si dava in questo giorno per l’ultima volta un bacio al Bambinello Gesù: infatti, la festa della Candelora chiude il periodo delle celebrazioni natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua.

Ma il presepio, così come lo rappresentiamo oggi, è frutto di una progressiva evoluzione che si è realizzata nei secoli attraverso la confluenza di più fonti.

Dovendovi parlare della Vergine Maria, non possiamo non fare un discorso generico sulla natività e la sua iconografia, derivata sia dai vangeli apocrifi (quelli canonici dicono ben poco sul momento della nascita di Gesù), che  da elementi, al solito, pagani.

Due Vangeli apocrifi che vengono fatti risalire intorno al II sec. d.C. danno maggiori particolari sull’episodio della natività: il Protovangelo di Giacomo (cap. XVIII) precisa che Gesù nacque in una grotta e il Vangelo dello pseudo Matteo (cap. XIV) dà notizia della presenza del bue e dell’asino, i quali “lo adoravano senza sosta”. Ambedue i testi (rispettivamente al cap. XIX, 2 e XIII, 2) specificano che per tutto il tempo della permanenza di Maria nella grotta o almeno al momento della nascita del Bambino, questa risplendeva di luce: “la grotta cominciò a farsi piena di splendore e a rifulgere di luce come se vi fosse il sole, così la luce divina illuminò la spelonca”.

Anche qui occorre una parentesi. I Vangeli non dicono nulla sul giorno della nascita di Cristo. Inizialmente, fin quando all’inizio del IV secolo d. C., non fu stabilito che tale data fosse il 25 dicembre, la chiesa celebrava la nascita di Cristo il 25 aprile, il 24 giugno e in seguito  il 6 gennaio. Però il 21 dicembre i pagani celebravano il Solstizio d’Inverno, giorno in cui, ogni anno le giornate cominciano ad allungarsi: l’inverno è al culmine e da quel momento, inizia ad avanzare la primavera. Ma diversi culti celebravano il 25 dicembre. Ad esempio per il Calendario Giuliano il Solstizio era considerato la nascita del sole e cadeva il 25 e in quello stesso giorno gli Egiziani, rappresentavano il sole appena nato con la nascita di un infante. E per i semiti il 25 dicembre la dea orientale, vergine, che aveva partorito, era l’orientale dea Celeste. Nell’antica Roma i “Saturnalia”, che avevano inizio il 19 dicembre e si prolungavano fino al 25 dicembre, erano feste piene di speranze per il futuro e in tale occasione si rinnovavano i contratti agrari. Nel 50 a. C. si ipotizza che gli schiavi siriani, introdussero il culto del Dio Sole, (Deus Sol Elagabalus), adorando il dio Mitra, che si celebrava anche accendendo i fuochi, il 25 dicembre, per il Dio Sole.

I Padri della Chiesa, costatando l’uso di accendere fuochi e festeggiare il 25 dicembre, per celebrare la nascita del sole, usanza a cui partecipavano anche i cristiani, decisero dunque che la vera Natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la festa dell’Epifania, il battesimo di Gesù, il 6 gennaio, con tale decisione si arginavano i culti pagani, per inglobarli in quelli cristiani.

Il Natale, dunque, è la nascita miracolosa per eccellenza, quasi in contrapposizione alla natura che, in questo periodo è addormentata, avvolta dal freddo dell’inverno e pervasa dalle tenebre che, finalmente, vengono squarciate dalla nascita di un Bambino, un piccolo sole che sconfigge il buio trionfando sulla morte.

Detto questo e dovendovi raccontare del presepe, ovviamente non ci soffermeremo sulle tante rappresentazioni della Natività nell’arte religiosa, che dal IV secolo divennero un tema dominante (basti citare la Cappella Palatina a Palermo o le opere di Rembrandt, Correggio, Rubens e tanti altri poi). Qui ricorderemo invece, ancora,  San Gaetano da Thiene che nel 1517 ebbe la visione della Vergine che gli offriva in braccio il Bambino, con accanto San Giuseppe e San Girolamo, mentre nel 1534, allestisce un presepe nella Chiesetta di Santa Maria della “Stalletta” a Napoli. E’ lui l’inventore del presepe a dimensione familiare che come vi abbiamo poi detto ebbe il massimo sviluppo nel ‘600 e ‘700 quando gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago, nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate, con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari, con il loro simbolismo.

Maria, nel presepe napoletano, ha un manto azzurro che simboleggia il cielo, e un vestito rosa, che simboleggia la purezza, San Giuseppe ha in genere un manto dai toni dimessi a rappresentare l’umiltà e la funzione sacerdotale.

C’è da dire, anche, che Maria diventa punto focale della scena solo a partire dal VI secolo d.C., perché solo nel V secolo si canonizza la vera e propria rappresentazione della natività a seguito del concilio di Efeso del 431; in tale occasione venne proclamata la divina maternità di Maria – quattro secoli dopo la nascita di Cristo – e si iniziò a rappresentare questo tema anche nell’arte. La scena della Natività però, nel presepe napoletano, anche a seguito delle scoperte archeologiche di Pompei, con i Borbone si trasforma e la grotta stalla diventa il rudere di un tempio: rappresenta l’allegoria del trionfo del cristianesimo sul decadente mondo pagano. Maria seduta su un sasso, accoglie tra le sue braccia, con amore, il piccolo Gesù, pensierosa per il destino riservato al bambino. Questa rappresentazione però non ha prevalso nell’attuale presepe napoletano, nonostante i ricercatori più profondi come gli Scuotto la rappresentano ancora così. Ciò che è prevalso, ce lo racconta Jean Noel Schifanò in “Neapocalisse descrivendo quel sentimento sempre un po’ pagano del popolo nato dalla Magna Grecia: “Il 25 dicembre non si sa esattamente quale sia il Dio bambino, in questa città dove ogni giorno vengono divinizzati tutti i “guagliuncelli”: Gesù secondo la Chiesa cattolica, ma un Gesù che nella memoria filogenetica del popolo più pagano della terra, si confonde con la divinità solare del Dio Mitra”.

E qui veniamo al significato simbolico di Maria nel presepe e nel presepe napoletano. Per Claudio Canzanella nel pluricitato “Da Razzullo alla Sibilla – Il presepe: alle radici pagane della sacra rappresentazione” Maria, vergine e madre, è il simbolo della castità, della purezza e della rigenerazione, scelta da Dio per essere la madre di Gesù il Salvatore. “E con umiltà, rassegnazione e fede ha raccolto l’annuncio dell’angelo. Per questo Maria è simbolo di maternità insieme al Bambino, è la destinataria dell’adorazione” spiega Canzanella, ricordando che nelle natività orientali veniva rappresentata spesso distesa. Nel presepe, invece, è alla destra di Giuseppe, seduta o inginocchiata “per indicare l’ascesi, tra divino e umano, la sua missione morale di portavoce, il suo ruolo nel creare una comunità credente”.

Stranamente proprio Canzanella, che stavolta delude, non si sofferma sulla radice pagana della figura di Maria, che tra tutte le contaminazioni del cattolicesimo è forse la più appariscente dato che nei Vangeli l’insegnamento di Gesù non include mai una “delega” alla madre.  Il culto della madonna deriva principalmente dal culto di Iside, come accennavamo prima (e non se ne abbiano a male i cattolici, perché questo è semplicemente un discorso di richiami tra cristianità e paganesimo e non c’entra con la religione dei credenti). E’ Iside che era definita “la Vergine”, come del resto molte altre madri di eroi divini secondo i miti mediterranei. E poiché Iside rappresentava la notte molte sue statue erano nere (come le tenebre appunto) e questo, secondo alcuni, spiegherebbe l’esistenza di “madonne nere” (le cui chiese in molti casi sono nate sui templi di Iside). La teologia mariana  ha concentrato sempre di più su Maria le mitologie pagane sulle divinità femminili, materne, vergini. Maria è la dea e tutte le dee e persino le  feste dedicate a Maria sono la trasformazione, anzi per meglio dire il proseguimento, di antiche feste dedicate alle madonne pagane. C’è un libro, bellissimo, ancora Roberto De Simone, che le racconta tutte, dedicato appunto alle tradizioni popolari campane. Raccontarvi le radici profondamente pagane delle tante feste della Madonna in Campania sarebbe però un discorso lunghissimo, anche se affascinante. E poi oggi dovete fare il presepe e vi abbiamo già tediato abbastanza.

Lucilla Parlato

(Nella foto di Francesco Paolo Busco la madonna e la natività secondo i fratelli Scuotto, la Scarabattola, via dei Tribunali, Napoli)

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