Ciclismo, Mario Cipollini: “Sogno Azzurri, la squadra dell’Italia con tutti i migliori. Imprenditori, fatevi avanti”

    

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Mario Cipollini aveva lanciato la sua idea per rilanciare il ciclismo italiano, qualche settimana fa il Re Leone aveva auspicato nell’intervento di politica e imprenditoria per creare una squadra tricolore in cui militassero i più forti atleti del nostro movimento. Oggi l’ex velocista ha ribadito il suo pensiero in un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport: “Credo che sia venuto il momento per fare un appello agli imprenditori perché investano nel ciclismo. Il nostro resta uno sport bellissimo e molto popolare, e mi fa male vedere che Nibali, Viviani, Aru e tutti i migliori italiani abbiamo sulle maglie marchi stranieri. È venuto il momento per riavere una grande squadra italiana. Penso all’operazione di Azzurra, la barca che all’inizio degli anni ’80 ci aveva trasformato tutti in esperti di vela e sogno una squadra che si chiami “Azzurri” e “Azzurre” per la declinazione al femminile. A capo di Azzurra c’erano finanziatori privati che hanno creduto in un progetto vincente. Basterebbe che si impegnassero i più illuminati dei nostri imprenditori. E se nessuno si facesse vivo, potremmo pensare ad una sorta di azionariato popolare. Il Giro porta sulle strade oltre 10 milioni di tifosi. Se ognuno di loro mettesse 2 euro in questa iniziativa, il gioco sarebbe fatto. In Italia non mancano i soldi. Mancano i progetti! Se ci sono i soldi per portare Cristiano Ronaldo in Italia, ci sono anche per un grande team ciclistico. Gestito bene, con tutti i campioni italiani renderebbe quanto e più di CR7…“.

In quel messaggio lanciato su Instagram ci si rivolgeva anche alla politica: “Credo che serva la volontà politica. In passato avevo chiesto personalmente un intervento a Berlusconi. Ora mi sono rivolto a Salvini perché lo vedo attento ai temi legati al riscatto del nostro Paese, ma il messaggio è anche per il ministro dello sport Giorgetti, per i Cinque Stelle e per chiunque sarà alla guida del governo. Servono spinte e magari agevolazioni fiscali per chi crede in un nuovo progetto. Perché il fenomeno del ciclismo di lingua inglese nasce dall’impegno del governo che ha fatto investimenti mirati dopo il tracollo dell’Olimpiade di Atlanta ‘96 e in prospettiva Londra 2012. Dal niente la Gran Bretagna, grazie a un manager lungimirante come Dave Brailsford che ha costruito il fenomeno Sky, è diventata la prima Nazione su pista, su strada e anche nel ciclocross. Ora ditemi se gli inglesi possono insegnarci il ciclismo… Abbiamo già perso troppo tempo!“.

Per guidare una squadra di assoluto spessore internazionale servono anche dei manager all’altezza e secondo Cipollini abbiamo le giuste figure: “Dieci anni fa nessuno conosceva Brailsford. Dave ha avuto la personalità e il carisma per imporre un progetto che ora fa scuola. Noi avremmo persone all’altezza, e penso ad esempio a Roberto Amadio. Ho chiuso la mia carriera con lui alla Liquigas e so quanto vale. Amadio ha lanciato Nibali, Sagan e Viviani… Diciamo che il ciclismo lo conosce e le sue squadre erano un riferimento per tutti. Ha fatto crescere tecnici come il mio amico Scirea, che sanno prendere per il petto i corridori quando sbagliano. Io sono sicuro che avremmo tutte le competenze per ridare vita a una formazione italiana che torni sul tetto del mondo. Io al progetto “Azzurri” credo molto. E sarebbe il modo per rendere omaggio al Paese di Girardengo e Binda, di Coppi e Bartali, di Gimondi… Al Paese che dopo le Grandi Guerre è ripartito da zero sognando anche per i grandi campioni della bici”.

Super Mario ha 51 anni ed è pronto per tornare nel mondo del ciclismo: “Mi piacerebbe trasferire le mie conoscenze ai giovani, non credo di avere capacità e voglia di essere sul campo 365 giorni. Non ci riuscirei. Ma lo farei volentieri all’interno di un progetto con un ruolo specifico a supporto dei tecnici. In una squadra di giovani mi piacerebbe molto. Potrei confrontarmi con chi gestisce la squadra, direttori, allenatori. Darei consigli su che cosa fare, sulle varie scelte, ho ancora tanta sensibilità per capire cosa avviene in corsa, le strategie degli avversari, e mi piace vedere le corse, mi piace vedere in faccia i corridori e capire di che pasta sono fatti“.

Inevitabile un ricordo di Marco Pantani nel giorno del quindicesimo anniversario della scomparsa del Pirata: “Per me è una ferita ancora aperta. Quel sabato 14 febbraio 2004 avevo vinto, a Marignane, la penultima tappa del Giro del Mediterraneo. Stavo festeggiando dopo la cena con Scirea e i compagni della Domina Vacanze quando è arrivata la notizia. In pochi momenti sono rimasto così male. Con Marco c’era un rapporto particolare mediato dall’amicizia comune con Fabrizio Borra, il fisioterapista che Marco mi aveva mandato per aiutarmi a rimettermi in sesto, dopo una mia rovinosa caduta alla Valenciana del 2003. In quel periodo stavamo per diventare compagni di squadra. Mi ricordo una sua telefonata dalla Grecia, dove Marco andava a caccia. Mi raccontava dei cani e dei fucili e della nostra supersquadra che poteva nascere. “Ma davvero si può fare? Mario io mi fido di te”. Mi diceva così, lui che non si fidava di nessuno. È stata l’ultima volta che l’ho sentito. E niente mi toglie dalla testa che se avessimo fatto insieme quella squadra, Marco avrebbe trovato l’ambiente che non ha mai avuto e anche la sua storia sarebbe andata diversamente. Che cosa è successo davvero in quella stanza d’albergo dove lo hanno trovato morto non lo so e non voglio saperlo. Per me continua ad essere una presenza: l’ho anche sognato in almeno due occasioni. Mi capita spesso di pensare a Marco. E ogni volta ci sto male”.

 





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Foto: William Perugini / Shutterstock.com

    

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