Sud: M5s se lo è comprato col reddito di cittadinanza, se lo svende con le autonomie

    

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Sud: M5s se lo è comprato col reddito di cittadinanza, se lo svende con le autonomie

Sud: M5s se lo è comprato col reddito di cittadinanza, se lo svende con le autonomie

ROMA – Non avranno venduto la primogenitura ma in cambio stanno accettando l’equivalente politico di un piatto di lenticchie. E’ la storia del Movimento 5 Stelle al Sud dove, nelle elezioni 2018, aveva sfondato quasi ovunque il muro del 40% e dove ora si ritira, cedendo all’alleato di governo, sul tema dell’autonomia regionale. Un’autonomia che è targata Nord e che fa infuriare quelle Regioni che nemmeno un anno fa avevano portato i pentastellati al governo.

Comprati con il reddito di cittadinanza e venduti, anzi svenduti con l’autonomia. Con un po’ di cinismo si può raccontare così il rapporto, fattosi difficile, tra grillini e Mezzogiorno. Nemmeno un anno fa capaci, i pentastellati, di uscire vincenti in praticamente tutti i collegi uninominali del Sud con eccezioni che si contano sulle dita di una mano, letteralmente, e capaci di superare il 40% dei consensi in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Praticamente un en plein ottenuto, anche e non solo, grazie alla promessa del reddito di cittadinanza. Una misura molto apprezzata proprio nel Meridione che, storicamente, sconta tassi di disoccupazione più alti rispetto alle regioni del Nord.

Undici mesi dopo, un Ilva e una Tap dopo e con un reddito di cittadinanza portato a compimento in una forma molto più light rispetto a quella promessa con assegni più magri e platea ridotta, nel difficile rapporto tra grillini e meridione s’inserisce l’autonomia. Con il rischio, concreto, di minare definitivamente quel rapporto che sembrava idilliaco. La riforma è, ovviamente e come lo era il federalismo nell’epoca Berlusconi, uno dei must della Lega. E non è infatti un caso che a richiederla siano stati in primis governatori del nord e leghisti con in testa Veneto e Lombardia, seguite dall’Emilia Romagna. Una riforma che non è legge ma che arriva ora al Consiglio dei Ministri dopo aver ottenuto il via libera sull’aspetto tecnico più spinoso, quello delle coperture. E una riforma per cui una serie di materie “concorrenti”, quelle materie che secondo Costituzione sono non di esclusiva competenza nazionale né regionale, ma appunto concorrenti, dovrebbero essere trasferite in toto o in parte alle Regioni.

Quali materie e con quali modalità trasferire competenze e sovranità è tema ora di contrattazione politica, con i ministri pentastellati che frenano e con i governatori leghisti che accelerano. La ratio della riforma però non cambia e rimane quella per cui da prima gli italiani si passa a prima i veneti o gli emiliani, e cioè quella logica per cui parte almeno degli introiti fiscali vada spesa nel territorio che li produce.

Le funzioni aggiuntive chieste dalle Regioni saranno infatti finanziate cedendo loro una quota dell’Irpef o di altri tributi erariali (per esempio l’Iva) generata sul territorio. Le materie concorrenti e quindi in ballo sono quelle fissate dalla Costituzione all’articolo 117. Un ventaglio fatto di 23 materie amplissimo, che va dall’istruzione alla sanità, dal lavoro (sicurezza e politiche attive) alle infrastrutture (porti, aeroporti e grandi reti dell’energia), dall’ambiente ai beni culturali sino alla protezione civile. Dal Sud le voci di protesta più forti sono quelle dei governatori dem di Puglia e Campania con Vincenzo De Luca che già ha invocato la Corte Costituzionale, pronti e speranzosi di recuperare parte almeno degli elettori passati al Movimento alle ultime elezioni.

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