Il contante che piace tanto agli italiani e ai tedeschi. Meno agli scandinavi

    

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Al giorno d’oggi è abbastanza comune usare una carta di credito, un bancomat o un pagamento elettronico attraverso un’applicazione dello smartphone o attraverso un pc. Ma l’abitudine non è così diffusa quanto si è portati a pensare.

Infatti, secondo uno studio della Banca Centrale Europea, fatto in collaborazione con la Banca centrale tedesca e quella olandese, gli europei sarebbero molto legati al pagamento in contanti. In particolare nel corso del 2016 (data in cui è stato fatto tale studio), oltre Malta, Cipro, la Grecia e la Spagna, gli italiani avrebbero effettuato ben l’86 per cento delle proprie transazioni in contanti, mentre i tedeschi seguirebbero a breve distanza (dopo Austria e Portogallo) arrivando all’80 per cento.

Il contante nel portafogli sembra però essere caro particolarmente ai connazionali di Frau Merkel, i quali ne avrebbero mediamente per 103 euro pro capite, contro gli appena 69 degli italiani, 44 degli olandesi e una media europea di “soli” 65 (i maligni potrebbero dire perché i tedeschi sono mediamente più ricchi). Secondo l’esperto della società di consulenza finanziaria tedesca “Barkow Consulting” Peter Barkow, i tedeschi in media avrebbero in casa una riserva in contanti di 2.200 euro pro capite, e mediamente una riserva ce l’avrebbe un quinto degli europei.

Campioni del pagamento elettronico risultano essere gli svedesi: secondo un sondaggio di Insight Intelligence, appena un quarto degli svedesi lo scorso anno ha pagato almeno una volta nel corso della settimana in contanti, percentuale crollata dal 63 per cento di soli 4 anni fa. Il 36 per cento di loro non paga più una sola volta in contanti. Nel 2007 circolavano 97 miliardi tra monete e banconote in Svezia, nel 2017 (ultimi dati disponibili) 56,6 miliardi, ossia il 40 per cento in meno. Ci sono ristoranti a Stoccolma che accettano solo il pagamento elettronico. Anche in Danimarca un cittadino su tre paga con moneta elettronica.

In Germania, tra il 2010 e il 2016, i pagamenti non in contanti sarebbero aumentati solo del 7 per cento. Secondo Holger Sachse, della “Boston Consulting Group” di Monaco di Baviera, «solo un quarto dei consumatori tedeschi ritiene che i pagamenti senza contanti siano sicuri». In Germania i cittadini che pagano un pasto in contanti sono più del doppio della media europea.

In Italia l’utilizzo del contante era stato portato ad un massimo di 1.000 euro con il decreto “Salva Italia” (D.L. 201/2011), che aveva introdotto per la prima volta un limite all’uso dei contanti. Con la Legge di Bilancio 2016, l’ammontare di tale importo è stato triplicato, arrivando a 2.999,00 euro. Sopra tale soglia sono soggetti al pagamento tracciabile tutti i pagamenti effettuati tramite bonifici, moneta elettronica o assegni nominativi. Tale limite all’uso di contanti è stato previsto nell’ambito della normativa antiriciclaggio per evitare che attività criminose o illecite possano trarre vantaggio dall’impossibilità di ricostruire i movimenti di denaro contante. L’attuale Legge di bilancio ha confermato tale limite ai 3mila euro, mentre la soglia limite per i money transfer o per gli assegni rimane a mille euro (999,99).

Ma diciamocelo pure in tutta franchezza: le bande criminali, probabilmente, riciclano cifre ben superiori ai 1.000 o 3.000 euro e non è certo l’evasione del piccolo pagamento (che va purtuttavia perseguita) a causare il buco nel bilancio delle entrate fiscali dello Stato.

In effetti, a prima vista, l’obbligo verso cui si sta andando di utilizzo della moneta elettronica anziché il contante sembrerebbe sensato, ma c’è un piccolo particolare a cui spesso non si pensa. Oggi, contrariamente a quanto crede la maggioranza della gente, il denaro messo in circolazione non è frutto di una pari quantità di riserve auree degli Stati che lo emettono (non è più così da molti anni oramai). In particolare quello della BCE, che lo vende alle Banche centrali dei singoli Paesi membri dell’Unione europea a fronte di un pagamento di interessi per l’emissione concessa. Tale denaro è, per così dire, creato dal nulla (non vi sono garanzie di alcun tipo a fronte della sua emissione). In parole povere, basta schiacciare un bottone su un computer per dire che “virtualmente” siete proprietari di una certa cifra (il mutuo che avete richiesto per l’acquisto di una casa, o il finanziamento per quello dell’auto, solo per fare alcuni esempi). La quantità di carta moneta circolante è una parte infinitesimale di quella usata elettronicamente nel mondo intero. Infatti sarà capitato a più di un correntista di una banca, che volesse ritirare “in contanti” una cifra considerevole di denaro, sentirsi dire di ripassare uno o due giorni dopo per ritirarlo. Questo accade semplicemente perché la banca non ce l’ha, e se lo deve procurare. Avete dunque mai pensato a cosa potrebbe succedere se, improvvisamente, tutti i correntisti richiedessero i propri risparmi in contanti? Non sarebbe possibile averli per il semplice fatto che non ci sono. Immaginate cosa accadrebbe se il vostro istituto finanziario chiudesse i battenti all’improvviso perché fallito. L’assalto ai bancomat argentini durante la crisi finanziaria del 1999, o più di recente quella greca, dovrebbero farci riflettere seriamente sul perché si insiste tanto sull’utilizzo della moneta elettronica.

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Abolire il contante sì, oppure no?



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